martedì 26 ottobre 2010

Floriterapia di Bach

Edward Bach (1886-1936), medico inglese, dopo aver fatto degli studi sul trattamento di pazienti con vaccini in forma omeopatizzata (in somministrazione orale furono utilizzati per il trattamento di moltissime patologie croniche, con risultati eccellenti rispetto al trattamento con vaccini normali), elaborò dal 1928, un trattamento terapeutico basato sull’utilizzo di alcuni piante e denominò il suo metodo Floriterapia.[1]
Le affermazioni di Hahnemann per cui ogni caso richiede un trattamento individuale e non standardizzato coincidevano con le sue osservazioni cliniche.
Il principio di ogni terapia doveva essere, per il Dr.Bach, quello di “curare il malato e non la malattia”, mettendo in evidenza anche gli aspetti caratteriali e psicologici del paziente, al fine di  scegliere il rimedio più adatto.
Per arrivare a definire il suo sistema terapeutico, egli portò avanti una serie di sperimentazioni con l’utilizzo dei preparati con le piante da lui scelte. Bach comparò le proprietà curative di una stessa pianta, attraverso gli usuali metodi di preparazione estrattiva fito ed omeoterapica, con l’acqua di rugiada raccolta sui fiori; scoprì che sui pazienti, l’azione di questa acqua era terapeuticamente molto più attiva rispetto alle altre preparazioni e che, la rugiada raccolta dalle piante esposte alla luce, era ancora più attiva di quella delle piante in ombra.
Terreno, colore, forma, struttura, tipo di riproduzione, habitat della pianta influenzavano la crescita della pianta stessa.
Per Bach, il passaggio ad uno stato di iniziale miglioramento generale dall’iniziale sofferenza del paziente per i disagi causati dalla malattia, poteva avviare tutti quei processi fisici e psicologici per il raggiungimento di una guarigione completa.
Egli aveva osservato che anche nelle patologie acute, se l’effetto algico non passava in breve tempo, lo stato di sofferenza psicologica tendeva a peggiorare; il prolungamento di queste sofferenze fisiche portava il paziente ad un calo dell’umore e ad una conseguente sfiducia nella possibilità di guarigione.
Inoltre, non solo gli individui reagivano in modo diverso rispetto alla stessa malattia e, secondo Bach, necessitavano di differenti rimedi per il loro trattamento. Nelle patologie acute, le variazioni d’umore dovevano essere affrontate e gestite con rimedi diversi.
Il principio terapeutico della nuova medicina del Dr. Bach si basava, quindi, non direttamente sulla cura della malattia, ma  sulla cura del paziente, della sua personalità, del suo stato mentale negativo legato alla patologia.[2]
I rimedi originali del Dr. Bach sono ancora oggi prodotti, presso il Bach Center (Sotwell, Berkshire, Gran Bretagna), secondo le metodiche da lui scoperte e con la raccolta negli stessi luoghi delle piante necessarie per la loro produzione.
Le piante esistono per aiutarci a guarire, per dare “una mano d’aiuto all’uomo nelle ore scure d’oblio quando perde la visione della sua divinità e permette alla nuvola di paura o dolore di oscurarla”.[3]
Ciascuna delle erbe corrisponde a una delle qualità e il suo scopo è di fortificare quella qualità in modo che la personalità possa superare quel difetto che è l’ostacolo particolare (…) Questi rimedi sono dotati di un potere guaritore ben definito, ben distinto da una cieca fiducia, la loro reazione non dipende neanche da chi li amministra, come un sedativo può far dormire il paziente se dato da un infermiere o da un medico”.[4]  
Nella vera guarigione, il nome e la natura della malattia fisica non hanno importanza. Malattia del corpo è nient’altro che disarmonia tra l’anima e la mente”.[5] 
Bach, nei primi decenni del secolo scorso, già metteva in luce il motivo del fallimento della scienza medica moderna, perché questa si occupava degli effetti della malattia e non delle cause.
Affrontare soltanto i sintomi, significava per Bach, occuparsi solo dell’aspetto materialistico della vita e della malattia: essa, invece, rappresenta l’evento finale di forze che per lungo tempo ed in profondità, hanno agito nell’uomo. Occupandosi soltanto dell’aspetto materiale, la medicina rende ancora più forte la malattia.
Nella sua essenza, la malattia è la diretta conseguenza di un conflitto tra l’Anima e la Mente.
Senza uno sforzo spirituale e mentale, non è possibile ottenere la guarigione, né prevenire la malattia.
Se non si elimina la vera causa della malattia, questa può ripresentarsi in qualsiasi momento in altre forme.[6]
La costruzione di questo pensiero, a sostegno della sua Floriterapia, fu il risultato di considerazioni che riguardavano altri temi, quali: Dio, lo Spirito, l’Anima, la Mente.[7]
L’Uomo è creato da Dio ed ha uno Spirito, il suo vero Io, la cui origine è divina. Il corpo è l’espressione fisica di questo Spirito, che è in noi ed indica quali strade debbano essere percorse.
Finchè noi consentiamo allo Spirito di indicarci la strada e la seguiamo, le nostre vite sono orientate al bene.
Dio, Creatore di tutte le cose, esprime, attraverso il Creato, il suo Amore: a tal proposito, ogni azione rivolta contro qualcosa o qualcuno, colpisce Tutto e diventa un peccato contro l’Unità di tutte le cose ed il loro Creatore.
La malattia diviene, quindi, l’espressione del conflitto che nasce da una dissociazione tra Spirito e personalità, ma anche dal male rivolto agli altri, espressione dell’Unità. 
Per Bach, il beneficio che riceviamo quando la malattia si manifesta, è dato dalla sua espressione del conflitto che esiste tra la nostra personalità e lo Spirito: conoscendo gli errori e correggendoli, potremmo anche prevenire la malattia.
La malattia, inoltre, non colpisce una parte del corpo a caso, ma la parte colpita esprime sempre il risultato della legge causa-effetto: la causa e l’effetto sono da ricercare nella funzione che l’organo o la parte del corpo è chiamata a svolgere”. [8]
La preparazione dei rimedi di Bach non richiede in realtà un’abilità particolare. Egli stesso ha fatto della semplicità il concetto principale della terapia.
L’utilizzo dei rimedi potrebbe essere fatto da chiunque, anche privo di una preparazione professionale e senza la necessità di tecniche speciali.
Ma tale semplicità che ne ha favorito la diffusione, rende difficile il processo di accompagnamento del paziente. La presenza di quadri clinici particolari, la concomitanza di altre terapie, suggerisce l’intervento del medico nella modificazione dei dosaggi di altri farmaci, soprattutto nel caso di psicofarmaci.
I rimedi, per Bach, non sono stati creati, ma scoperti: essi non erano da lui considerati come un proprio prodotto, ma rappresentavano un regalo della natura, offerto da Dio.
Nei suoi discorsi, sosteneva che una volta che ci sono stati regalate  ricchezze così grandi, niente ci può allontanare dal nostro cammino di amore e mostrare il loro splendore, così semplice e puro a tutta l’umanità.
Il suo desiderio era quello di raggiungere tutte le persone e dare loro la possibilità di migliorare le proprie condizioni, augurandosi che i rimedi potessero essere accessibili facilmente.
Chi si avvicina alla conoscenza dei fiori di Bach, nel valutare la descrizione di ognuno dei 38 fiori, sicuramente si riconoscerà in essi e penserà di aver bisogno di ognuno di essi, perchè gli stati emozionali e spirituali alterati, descritti dal Dr.Bach, rispecchiano in realtà stati universali di debolezza della natura umana, validi in ogni tempo ed in ogni luogo.[9]
I fiori di Bach non determinano interferenze chimiche con altri tipi di trattamento (fatta eccezione per la presenza di brandy) e la floriterapia può essere intesa anche come terapia complementare ad altri trattamenti. La comparsa di stati emotivi nel corso del trattamento indica l’affiorare di situazioni precedenti stratificate che emergono dal passato, che richiedono un aggiustamento terapeutico.

La preparazione dei rimedi avviene secondo due procedure: sun method e boiling.

Per il sun method, si raccolgono un numero consistente di boccioli dalla pianta, si immergono in un recipiente di vetro, riempito con acqua di sorgente incontaminata e si lascia il tutto al sole per circa 4 ore.

Successivamente, con l’ausilio di un retino, costruito con fili d’erba intrecciata, si raccolgono i boccioli, facendo attenzione a non contaminare il preparato né con le mani, né con materiale artificiale. L’acqua così preparata, deve essere prelevata con una pipetta in vetro da laboratorio ed inserita in bottiglie di vetro, nelle quali deve essere aggiunto un pari quantitativo di brandy, come fissativo.
Si ricorre al metodo boiling, quando si devono utilizzare piante dall’arbusto più legnoso o fiori i cui boccioli fioriscono quando il sole è più debole; questi sono preparati attraverso la bollitura in recipienti di vetro, riempiti con acqua di sorgente, per mezz’ora. Il preparato viene, poi, lasciato raffreddare e le piante vengono rimosse con il retino naturale. Si aggiunge, all’acqua residua, una pari quantità di brandy, come fissativo.

Si utilizza Il brandy al 40%, acquavite di vino, al posto dell’alcol puro perchè è un prodotto di distillazione naturale del vino ed è miscelato con acqua di fonte.

La grappa, nel latino medievale aqua vitae, diversa dalla nostra acquavite e dalla grappa, invece, è un prodotto di distillazione e rettificazione di vinacce, riprese con acqua e sottoposte a nuova torchiatura; generalmente proviene da uve di vigneti piemontesi e veneti. La quantità di alcool è al 50%, superiore al brandy. Il cognac, invece, è preparato con due distillazioni successive.

In entrambi tutte e due le metodiche, viene aggiunto brandy al 40%, utilizzato come conservante ed è mescolato con una proporzione 1:1 con la tintura preparata.

Le gocce prese dalla tintura madre, vengono poi ulteriormente diluite in brandy per poter essere stoccate in bottigline e, quindi, vendute.

Poiché le leggi sulla sicurezza vietano un imbottigliamento dei rimedi su larga scala con l’utilizzo di soluzioni alcoliche al 40%, vengono preparati con un brandy di alta qualità, prodotto appositamente per i Bach flower remedies, ma con una gradazione alcolica del 27%.  

Questa successiva diluizione con un brandy a grado alcolico inferiore, non influisce sulla qualità o sull’efficacia del rimedio, né viene meno alle istruzioni del Dr. Bach, il quale non aveva mai prescritto uno specifico grado alcolico e sceglieva il brandy di preferenza, non di regola.

Alcune delle tinture madri originali, preparate personalmente dal Dr. Bach ed ancora oggi conservate presso il Bach Center, hanno come conservante un altro tipo di alcolico.

Dal momento che i Bach Flower Remedies sono considerati nella preparazione come equivalenti ai rimedi omeopatici, per la legge, si applicano le stesse convenzioni di etichettatura, e la diluizione viene espressa in scala decimale (scala D).

Fasi di preparazione in 5D: la tintura madre di base produce un residuo secco dell’1%, cioè 1:100; il risultato viene miscelato con una uguale quantità di brandy, ossia 1:2; in 30ml. vi sono 1000 gocce di brandy al 27% di gradazione alcolica; 2 gocce di tintura madre vengono aggiunte a queste 1000 gocce, ottenendo una diluizione 1:500.

La soluzione D5 viene calcolata come segue: 1/100  x   ½  x  1/500 =  1/100.000  o 10 5 =  D5

I rimedi vengono energizzati, attivati, con il metodo del sole o della bollitura: non vengono attuate altre dinamizzazioni come avviene, invece, per la preparazione dei rimedi omeopatici[10].

I Bach Flower Remedies hanno ottenuto fin dall’inizio dell’entrata in vigore della legge sui farmaci in Gran Bretagna, 1968, la concessione della licenza per la vendita ed esportazione ed i requisiti di etichettatura sono stati adeguati alle leggi europee per la circolazione dei farmaci.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) ha riconosciuto ai Bach Flower Remedies dignità di metodo terapeutico nel 1983.


[1] Weeks N.: La vita e le scoperte di Edward Bach. Guna Editore, Milano, 1996.
[2] Scheffer M.: Metodo originale della floriterapia di Bach. Edizioni Tecniche nuove, Milano, 1995.
Scheffer M.: Il grande libro dei fiori di Bach. Edizioni Corbaccio, Milano, 1999.
[3] Bach E.: Libera te stesso. La vera guarigione passa attraverso la nostra liberazione. Macro Edizioni, San Martino di Sarsina , FO, 1992, pag. 53.  
[4] Bach E.: op. cit. pagg. 38-39.
[5] Bach E.: op. cit. pagg. 40.
[6] Bach E.: Tutte le opere. Parte II, Guarisci te stesso. Macro Edizioni, Diegaro di Cesena (FC), 2000, pag. 50.
[7] Howard J., Ramsell J.: The original writing of Edward Bach. C.W. Daniel Company Limited, Saffron Walden, Essex, England, 1990.
Howard J., Ramsell J.: Les écrites originaux du Docteur Bach. Editions Courrieur du Livre, Paris, 1994.
[8] Gallo M.L.: op.cit., pag. 32.
[9] Howard J., Ramsell J.: Guarire con i fiori di Bach. Guida pratica alla floriterapia. Edizioni Tecniche Nuove, Milano, 1999.
[10] Palermo M., Gallo M.L.: La Floriterapia di Bach nella pratica clinica odontoiatrica. Corso ANDI- Roma, 2003.

domenica 24 ottobre 2010

Omotossicologia

Nei primi decenni del XX° secolo Hans Heinrich Reckeweg[1], medico tedesco, proponeva un’interpretazione differente sull’origine delle malattie e sulle opportunità terapeutiche della medicina omeopatica, fondando una nuova scuola di pensiero e di ricerca medica: l’Omotossicologia.
Alti dosi di un tossico, secondo Reckeweg attivano processi patologici mentre dosi infinitesimali sono in grado di indurre processi reattivi immunitari dell’organismo.
A seconda della dose somministrata, una medesima sostanza mostra effetti inversi in accordo alla legge di Arndt-Schulz: piccole quantità di metilcolantrene(con riconosciuto effetto cancerogeno) iniettate in un animale per via intraperitoneale, attivano una cancerogenesi; diluizioni omeopatiche in D3 o D4 della stessa sostanza, stimolano, invece, la produzione di un enzima antitumorale che ha la caratteristica di disattivare anche altre carcinotossine.
Reckeweg collega le scoperte della chimica, fisica, fisiologia e biologia molecolare, ai concetti Hahnemanniani di terapia.
L’Omotossicologia ha come principio di partenza che la malattia è uno stato biologico reattivo dell’organismo, quando si difende contro l’azione di agenti tossici, cosiddette omotossine.
Tali omotossine possono essere endogene ed esogene e sono in grado di provocare un danno organico.
Qualsiasi prodotto tossico che proviene dalle funzioni alterate dell’organismo umano è considerato omotossina endogena, come possono essere le sostanze derivate da processi infiammatori, da variazioni del pH tissutale, da prodotti del metabolismo intermedio, da situazioni di stress psico-fisico.
Omotossine esogena è qualsiasi sostanza esterna o microrganismi che possano esplicare un’azione tossica su un individuo, in presenza di determinate condizioni adiuvanti.
La malattia da Reckeweg è considerata, nella sua  prima fase, l’espressione della capacità difensiva messa in atto dall’organismo umano, contro l’azione di omotossine esogene ed endogene, che corrisponde,  sulla Tavola delle Omotossicosi (Tavola 1), alle fasi umorali di escrezione, di reazione o infiammazione ed alla fase di deposito.
In un secondo stadio la malattia rappresenta il tentativo dell’organismo di compensare i danni subiti dalle omotossine, cercando di mantenere attiva, per quanto possibile, la sua funzionalità. Queste sono le fasi che corrispondono ai processi di impregnazione, di degenerazione e di de-differenziazione neoplastica a carico delle cellule.[2]
La malattia è un processo di difesa contro agenti che possono rivelarsi tossici per l’organismo o è una difesa biologica contro le conseguenze dei danni provocati dalle omotossine.[3][i]
La terapia omotossicologia, quindi, ha il compito di stimolare e sostenere le difese dell’organismo.


[1] Reckeweg H.H.: Omotossicologia. Prospettiva per una sintesi della medicina. Guna Editore, Milano, 1988.
[2]Pischinger A.: Matrice e regolazione della matrice. Base per una teoria olistica della medicina. Edizioni S.I.M.F. (Società Italiana di Medicina Funzionale), Lesmo, Milano, 1996.
[3] Heine H.: Manuale di Medicina Biologica. Regolazione di base e matrice extracellulare. Fondamenti e sistematica. Guna Editore, Milano, 1999.


[i] Heine H.: Manuale di Medicina Biologica. Regolazione di base e matrice extracellulare. Fondamenti e sistematica. Guna Editore, Milano, 1999.

venerdì 22 ottobre 2010

diluizioni omeopatiche tabelle


CON FRONTO SCALA DECIMALE E CENTESIMALE

Diluizione

Concentrazione
Scala DH
Scala CH
1/10

10ˉ¹
1DH

1/100

10ˉ²
2DH
1CH
1/1000

10ˉ³
3DH

1/10.000

10ˉ
4DH
2CH
1/100.000

10ˉ
5DH

1/1.000.000

10ˉ
6DH
3CH






CONFRONTO DILUIZIONI CH e K

5CH                                                                        

30K
7CH                                                                       

200K
9CH                                                                       

1000K









CONFRONTO DILUIZIONI   CH e LM
TAVOLA DI EQUIVALENZA DI Everit (1951)

LM/1                                                               
8CH

LM/2                                                                 

10CH
LM/10                                                                            
30CH

LM/30                                                             

80CH




            

TAVOLA DI EQUIVALENZA DI Bhattacharyya

LM/1                                                                
               
5CH
LM/12                                                                            
31CH

LM/30                                                             

73CH






            
CONFRONTO DILUIZIONI (MATEMATICO E NON PER LE DINAMIZZAZIONI

DH

CH
K
LM
2DH

1CH


4DH

2CH


6DH

3CH




5CH
30K
LM/1


7CH
200K



9CH
1000K



30CH

LM/12

mercoledì 20 ottobre 2010

Omeopatia


L’Omeopatia[1] nasce ad opera di Samuel F. Hahnemann (1755-1843): con la sua sperimentazione, culminata nella pubblicazione del suo testo fondamentale, Organon[2], egli enunciava i principi di una Nuova Scienza che ha avuto una funzione di stimolo nel periodo compreso tra il diciottesimo e diciannovesimo secolo, ed ha messo in evidenza gli aspetti “negativi” della pratica medica (oppio, purganti, salassi, etc.).
L’Omeopatia è un metodo terapeutico clinico basato sull’utilizzo di dosi deboli o infinitesimali di sostanze medicamentose ed ha come obiettivo il ristabilire l’equilibrio del paziente per poter arrivare alla vera guarigione: non si tratta quindi di controllare e sopprimere i sintomi, come avviene in allopatia.
I principi fondamentali dell’omeopatia sono rappresentati da: dosi infinitesimali, similitudine, totalità.
Per ciò che riguarda il principio delle dosi infinitesimali, è stato osservato che dosi molto basse di una sostanza tossica somministrate ad un soggetto intossicato da dosi ponderali della stessa sostanza tossica, determinano un miglioramento delle condizioni cliniche.
Infatti, una sostanza tossica può guarire, se somministrata a dosaggi molto bassi: solo la dose, pertanto, determina l’effetto tossico o terapeutico (Sola dosis fecit venenum, Paracelso,1439).
A dosi infinitesimali una sostanza agisce stimolando la reattività del paziente: è la “vis medicatrix naturae” Medicus curat, natura sanat.
In relazione al principio di specificità, si osserva che dosi molto basse possono essere usate solo in presenza di elevata specificità. Se la descrizione del rimedio nella Materia Medica e quadro sintomatologico del paziente non coincidono esattamente, il rimedio non funziona; Se il rimedio non è il simillimum, non si hanno effetti terapeutici.
Il principio di similitudine (1789) è, pertanto, il vero principio fondamentale dell’omeopatia: “Similia similibus curantur”.
Per trattare omeopaticamente un malato è necessario stabilire una similitudine tra il suo quadro sintomatologico ed il quadro tossicologico provocato sperimentalmente in un soggetto sano da una certa sostanza. L'intossicazione con dosi subponderali (patogenesia) è in grado di evocare anche numerosi sintomi psichici, riscontrando il legame tra psiche e soma.
L’uomo, quindi, è considerato nella sua totalita’, nell’insieme costituito da corpo-mente-anima ed i sintomi sono considerati nel loro insieme: ogni patologia, anche se localizzata in un organo, è l’espressione dello squilibrio dell’intera persona.
Per quel che riguarda la preparazione del rimedio omeopatico, occorre distinguere tre fasi: FASE I, in cui si considera la sostanza di partenza (ceppo omeopatico); FASE II, in cui si prepara la tintura madre (T.M.); FASE III, in cui si realizzano la diluizione e la dinamizzazione.
FASE I: il ceppo omeopatico può essere di origine vegetale (pianta intera o parti), animale (animale intero o secrezioni), oppure minerale (utilizzando elementi puri - oro, elementi composti -  nitrato d’argento,  composti di origine naturale come il natrum muriaticum - guscio d’ostrica, miscele originali - hepar sulfur), oppure sostanze chimiche di sintesi (phenobarbital, streptomicyn), ceppi bioterapici o nosodi, come colture di microbi (staphylococcinum), secrezioni patologiche (pertussinum), tessuti animali ammalati (antracinum), o ancora, ceppi isoterapici di tipo auto-isoterapici (secrezioni del paziente), o ceppi etero-isoterapici (polvere di casa).
FASE II: la Tintura Madre TM deriva per preparazione da: ceppo vegetale (pianta selvatica colta da non oltre 48 ore), facendo attenzione al taglio, alla disidratazione ed alla pesatura.
La macerazione a freddo per 15-20 giorni, in soluzione idroalcolica con alcool a 90°, con un rapporto pianta/soluzione di 1:10 il titolo alcolico. In finale deve essere 65° + 5°, in relazione all’estrattività. Ad es.: da 100 gr di pianta secca si ottengono 1000 g di T.M.
Successivamente si procede alla decantazione e, quindi alla filtrazione.
La Tintura Madre deriva per preparazione da ceppo animale e si procede con macerazione in miscela idro-alcoolica in rapporto 1:20. Se il ceppo minerale, si prepara con triturazione per l’insolubilità del ceppo minerale. In un mortaio a si aggiungono: 1 parte di minerale e 99 parti di lattosio puro, si tritura per 20 minuti ed al termine si ottiene la I dispersione centesimale (1 T); allo stesso modo si preparano la 2 T e la 3 T; dopo la 3T i minerali sono solubili nella soluzione idro-alcoolica.
Nel 4° passaggio, 1 parte di 3T viene disciolta in 99 parti di alcool a 30°, ottenendo la 4CH.
FASE III: diluizione e dinamizzazione.
Si possono  preparare le centesimali hahnemanniane, CH (5CH=100 =1/100  =1/10.000.000.000), in flaconi separati, con un rapporto soluto (T.M.) / solvente (alcool 70°)=1:100. 
La dinamizzazione è rappresentata da 100 succussioni per passaggio.
Le decimali hahnemanniane, DH (D 10=10  =1/10  =1/10.000.000.000), in flaconi separati, con un rapporto soluto (T.M.) / solvente (alcool 70°) =1:10.
La dinamizzazione è rappresentata da 10 succussioni per passaggio.
Per la preparazione delle korsakoviane, K, si utilizza un flacone unico e si procede con progressivi svuotamenti/riempimenti del flacone. La soluzione che rimane adesa alle pareti del flacone svuotato è considerata come unitaria. In questa preparazione, il rapporto soluto (T.M.) / solvente (alcool 70°) =1:100.
La dinamizzazione è rappresentata da 100 succussioni per passaggio.
Per la preparazione a flusso continuo, FC. Si fa passare una corrente continua di solvente in uno speciale recipiente che contiene in partenza la T.M.
Si calcola un passaggio di diluizione centesimale ogni volta che il recipiente è attraversato da una quantità di solvente pari a  4, 6 volte il suo volume.
Mentre il recipiente viene attraversato dalla corrente di solvente, contemporaneamente avviene la succussione.
Per la preparazione delle 50 millesimali, Ø/KM o LM, si utilizzano: 6LM, 12LM, 15 LM, 30LM e 60LM, preparati “al globulo” e non “alla goccia”.
Nella 1ª fase (3 passaggi), si effettua la triturazione con lattosio; nella 2ª fase (4° passaggio), si prepara una diluizione idro-alcolica (T.M. : 0.063 g di T3 in 500 gtt di acqua e alcool). Nella 3ª fase si utilizza 1 goccia di T.M. per impregnare 500 globuli. Nella 4ª fase si giunge alla preparazione cinquantamillesimale, 1LM: 1 globulo è sciolto in una soluzione di 99 gocce di alcool e 1 goccia di acqua con 100 succussioni.
Nelle fasi successive una goccia di questa soluzione è utilizzata per impregnare altri 500 globuli e così di seguito si preparano le successive diluizioni.
Per la preparazione di capsule potenziate, CH/P, si procede nel seguente modo: in un blister sono presenti 40 capsule contenenti globuli impregnati con un rimedio a diluizione fissa ma a dinamizzazione crescente. Si utlilizzano gocce potenziabili in cui il rimedio è contenuto, diluito, in una soluzione idro-alcoolica. Il paziente agita il flacone prima di ogni assunzione; il macerato glicerico, MG/1 DH, che non è un rimedio omeopatico, ottenuto facendo macerare la gemma in glicerina. Dopo filtrazione si diluisce 1:10 con un miscuglio di acqua/alcol/glicerina.
Il preparato placebo in omeopatia è quello corrispondente alla 35 K: questa è la sigla con cui è convenzionalmente indicato.



Le forme farmaceutiche dell’Omeopatia Classica corrispondono ai granuli (tubo granuli di 0.05 gr, costituiti da nucleo centrale di saccarosio ricoperto di lattosio, impregnato della diluizione omeopatica, ai globuli (tubo dose di 0.005 gr.); capsule gelatinose contenenti globuli; gocce: soluzione idro-alcolica al 30% circa; supposte di glicerina come veicolo del rimedio; fiale orali contenenti una soluzione idro-alcolica al 15%  oppure soluzione fisiologica, oppure acqua bidistillata; compresse: costitute da lattosio e Mg Stearato; colliri costituiti da soluzione fisiologica o acqua bidistillata, pomate contenenti varie formulazioni; ovuli con gelatina come veicolo del rimedio.
Come si può constatare, nel preparato omeopatico, la presenza di una sostanza rilevabile chimicamente è possibile soltanto nelle basse diluizioni; infatti partendo da una tintura madre, man mano che si procede nelle preparazioni centesimali, si osserva la riduzione del quantitativo della molecola chimica.
Per: 1 CH= 1/100=D2=[10 ­²  ]X [10 ²³  ]= [10²¹  ]
11 CH= D22=[10­²²    ]X [10 ²³ ]= [10¹] cioè 10 molecole
12 CH= D24=[10­24 ]X [10 ²³ ]= [10 ­¹ ]: a questa concentrazione non esistono più molecole.
Infatti 6.02 X 10 ²³ dà  per approssimazione 10 ²³, il numero di Avogadro che rappresenta il confine tra presenza e assenza di molecole nel rimedio.
Negli studi clinici fatti osservando i pazienti, nel corso degli anni, si è potuto constatare che le basse diluizioni, come una 5CH mostrano la loro efficacia sul  livello fisico, su tessuti ed organi. Una media diluizione, ad esempio una 30CH agisce a livello organico, controllando le funzioni metaboliche.
Alte Diluizioni, come una 200CH, XM o K, agiscono a livello mentale, su manifestazioni di tipo psicoemozionali, considerate cause della malattia.
La scelta delle diluizioni è così definita:  per patologie acute, si utilizzano basse e medie diluizioni. Per patologie croniche, trattamento del terreno, uso dei rimedi di fondo, in genere si utilizzano alte ed altissime    diluizioni.
I gradi di diluizione e dinamizzazione (potenze) sono considerate: basse, dalla D8 alla D30, dalla CH 7 alla CH9, fino alla 1000 K e fino alla 9/LM.
Si considerano medie potenze, quelle dalla D3 alla D6, dalla CH 1 alla CH6, fino alla 200 K e fino alla 6 /LM.
Le alte  potenze sono quelle dalla D30 alla D200, dalla CH 15 alla CH30, dalla 10.000 K, dalla 30 /LM.
Altissime potenze sono dalla D200 alla D1000, le CH 200-M, CH-XM, CH-… etc., quelle oltre 10.000 K e le 60 /LM.

La posologia delle diverse diluizioni è diversa, a seconda della diluizione e potenza considerate: per un’azione veloce ma fugace, si utilizzano una preparazione 5 CH, 30 CH, con dosi frequenti (5 granuli) per tempi limitati. Per un’azione lenta e profonda, si usano diluizioni a 200CH, XM, K come unica dose (monodose).
Si utilizza anche una somministrazione a potenze crescenti (ascending potencies), nella successione: 7CH, 9CH, 15CH, 30CH, 200K, MK, XM, FC considerando 1 dose ogni 7/10 giorni.
Nella terapia omeopatica è importante il riconoscimento e somministrazione del rimedio costituzionale che rappresenta il capostipite di una famiglia di rimedi.
Ogni rimedio costituzionale o Calcaree inquadra i relativi nosodi distesici: Psorinum, Medorrhinum, Tubercolinum, Luesinum ed i rimedi costituzionali complementari o di fondo.
Ad ogni costituzione corrispondono anche i rimedi sintomatici, che svolgono la loro azione in maniera diretta e circoscritta verso un sintomo, e che risultano più efficaci se usati nel tipo costituzionale giusto.
Spesso il rimedio di fondo è sufficiente a risolvere la sintomatologia sindromica.
L’omeopatia conferisce un’importanza notevole alla nozione di terreno (sicosi, psora, tubercolinismo, luesinismo, cancerismo), che ha caratteristiche particolari tali da poter identificare la costituzione e la reattività del paziente: in tal modo si offre l’opportunità di avere risultati terapeutici caratterizzati da una maggiore durata e stabilità nel tempo.
Il terreno viene quasi del tutto dimenticato dalla medicina ufficiale, che si limita a trattare la funzione o l’organo interessato, con risultati transitori di breve durata e facile tendenza alla recidiva”.[3]
Così scriveva Hahnemann: “Scopo principale ed unico del medico è di rendere sani i malati (§1)...egli è pure un igienista, se conosce le cause che disturbano la salute e determinano e mantengono le malattie e sa da esse preservare l’uomo sano. (§ 4)
Nello stato di salute dell’uomo la forza vitale, domina in modo assoluto e dinamico il corpo materiale (organismo) e tiene tutte le parti in armonia. (§ 9)
Quando l’uomo si ammala in principio è perturbata soltanto questa forza vitale…presente ovunque nell’organismo, dall’azione dinamica di qualche agente patogeno.” (§ 11)
La guarigione, per Hahnemann, rappresentava la reale scomparsa di tutta la sintomatologia clinica e dei segni della malattia con la restitutio ad integrum del principio vitale, condizione necessaria per il ritorno dello stato di salute dell’organismo.
Il medico, attraverso i sintomi, segni manifesti dell’affezione, deve osservare, riconoscere e definire la malattia e lo stato morboso patologico: tali segnali rappresentano l’indicazione per la scelta corretta del rimedio terapeutico.
Per Hahnemann, ogni terapia che soffochi i sintomi, come accade per la terapia allopatica che è prevalentemente sintomatica, lasciando latente la noxa patogena, crea apparentemente la risoluzione della patologia: sintomi e disagio psico-fisico possono riemergere in grado più forte.
Il solo metodo omeopatico è, per Hahnemann, l’unico che agisce non solo contro la totalità dei sintomi patologici, ma è anche rivolto alla causa d’insorgenza della malattia ed alle circostanze concomitanti.
Fra tutti i medicamenti, conosciuti per le alterazioni dimostrate nello stato dell’uomo sano, il rimedio omeopatico ha la forza e proprietà di produrre ad arte lo stato di malattia più simile al caso di malattia da curare (§ 24).
Un’affezione dinamica debole viene, nell’organismo vivente, duraturamente cancellata da un’affezione più forte, se questa, differendo per qualità, le è assai simile nella sua manifestazione (§ 26)”.
Nasce, così, il principio enunciato da Hahnemann del “similia similibus curantur” o legge della similitudine omeopatica e della sensibilità della risposta organica alle micro-dosi omeopatiche capaci di debellare la malattia.
Hahnemann contrappone la medicina delle dosi infinitesimali ottenuta attraverso i processi di diluizione e dinamizzazione di una sostanza farmacologicamente attiva e testata su pazienti sensibili, alla medicina delle dosi ponderali
Alla quantità crescente di materia, oppone le qualità energetiche, la quintessenza della materia, al fine di rendere la sostanza non tossica per l’organismo ma al tempo stesso capace di liberare quelle caratteristiche terapeutiche, ad essa specifiche, capaci di indurre una guarigione completa ed il ritorno ad uno stato di salute e di benessere psico-fisico”.[4]
Il livello di azione del rimedio omeopatico cambia a seconda del grado di diluizione, con risoluzione sintomatologia prima e restitutio ad integrum, al termine della terapia.
Le basse diluizioni agiscono sulla sintomatologia localizzata, le diluizioni intermedie  hanno effetti sulla sintomatologia generalizzata e le diluizioni altissime operano sull’aspetto psichico della sintomatologia.




[1] Vannier L.: La tipologia omeopatica e le sue applicazioni. Prototipi e metatipi. I temperamenti. Edizioni Red, Como, 1976.
Kent J.T.: Materia Medica. Lezioni classiche su 179 rimedi essenziali dell’omeopatia. Edizioni Red, Como, 1983.
Tétau M.: La materia medica omeopatica clinica e associazioni bioterapiche. IPSA Editore, Palermo, 1994.
Schroyens F., a cura di: Synthesis. Repertorium Homeopathicum Syntheticum. Homeopathic Book Publishers, London, 1998.
[2] Hanhemann S.F.: Omeopatia. Organon dell’arte del guarire. Edizioni SARVA, Imola (BO), 1997.
Hanhemann S.F.: Saggio su un nuovo principio. Guna editore, Milano, 1994.

[3] De Vicienti R.: Aspetti bioetici della medicina solistica integrata. Cenni di agopuntura e medicina omeopatica. Da Trattato di Bioetica, a cura di Bellino F. Levante Editori, Bari, 1992, pag. 135.
[4] Gallo M.L.: op.cit., pag. 24.